{"id":60449,"date":"2025-01-02T15:35:22","date_gmt":"2025-01-02T14:35:22","guid":{"rendered":"https:\/\/www.telelaser.it\/?p=60449"},"modified":"2025-01-02T15:35:22","modified_gmt":"2025-01-02T14:35:22","slug":"il-digiuno-aiuta-il-cervello-a-restare-giovane-il-nuovo-studio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.telelaser.it\/?p=60449","title":{"rendered":"Il digiuno aiuta il cervello a restare giovane? Il nuovo studio"},"content":{"rendered":"<p>(Adnkronos) &#8211;<br \/>\nCome invecchia il cervello? Uno studio fa luce su nuovi dettagli che rendono pi\u00f9 chiaro l&#039;impatto dell&#039;et\u00e0 che avanza. In particolare gli autori hanno scoperto che non tutti i tipi di cellule cerebrali invecchiano allo stesso modo. Alcune pi\u00f9 di altre subiscono importanti cambiamenti nell&#039;attivit\u00e0 genetica per effetto del tempo che passa. E fra queste c&#039;\u00e8 un gruppo che controlla ormoni legati a bisogni base come l&#039;alimentazione. Tanto che gli autori del lavoro, finanziato dai National Institutes of Health (Nih) statunitensi e pubblicato su &#039;Nature&#039;, osservano che le nuove evidenze raccolte sono in linea con studi precedenti che collegano l&#039;invecchiamento ai cambiamenti metabolici e con ricerche che suggeriscono che il digiuno intermittente, un dieta equilibrata o la restrizione calorica possono influenzare o forse aumentare la durata della vita. \u00a0&quot;L&#039;invecchiamento \u00e8 il fattore di rischio pi\u00f9 importante per la malattia di Alzheimer e molti altri devastanti disturbi cerebrali. Questi risultati forniscono una mappa molto dettagliata di quali cellule cerebrali potrebbero essere maggiormente colpite dall&#039;invecchiamento&quot;, osserva Richard J. Hodes, direttore del National Institute on Aging, centro della rete Nih.\u00a0&quot;Questa nuova mappa potrebbe modificare radicalmente la visione degli scienziati su come l&#039;invecchiamento influisce sul cervello e fornire anche una guida per lo sviluppo di nuovi trattamenti per le malattie cerebrali legate all&#039;invecchiamento&quot;, prospetta l&#039;esperto.\u00a0\u00a0I risultati dello studio supportano dunque l&#039;idea che alcune cellule siano pi\u00f9 sensibili al processo di invecchiamento e ai disturbi cerebrali legati all&#039;invecchiamento. Nei cervelli &#039;anziani&#039;, spiegano gli autori, l&#039;attivit\u00e0 dei geni associati all&#039;infiammazione aumenta, mentre quella dei geni correlati alla funzione e alla struttura neuronale diminuisce. Gli scienziati hanno scoperto un punto caldo specifico che combina sia la diminuzione della funzione neuronale sia l&#039;aumento dell&#039;infiammazione nell&#039;ipotalamo. I cambiamenti pi\u00f9 significativi nell&#039;espressione genica sono stati riscontrati nei tipi di cellule vicino al terzo ventricolo dell&#039;ipotalamo, inclusi taniciti e cellule ependimali (cellule gliali, che sostengono i neuroni), e neuroni noti per il loro ruolo nell&#039;assunzione di cibo, nell&#039;omeostasi energetica, nel metabolismo e nel modo in cui il nostro corpo utilizza i nutrienti. Questo, riflettono gli esperti, suggerisce una possibile connessione tra dieta, fattori legati allo stile di vita, invecchiamento del cervello e cambiamenti che possono influenzare la nostra suscettibilit\u00e0 ai disturbi cerebrali legati all&#039;et\u00e0.\u00a0&quot;La nostra ipotesi \u00e8 che quei tipi di cellule diventino meno efficienti nell&#039;integrare segnali dal nostro ambiente o da cose che stiamo consumando&quot;, illustra Kelly Jin, scienziata dell&#039;Allen Institute for Brain Science e autore principale dello studio. &quot;E quella perdita di efficienza in qualche modo contribuisce a ci\u00f2 che conosciamo come invecchiamento nel resto del nostro corpo. Penso che sia notevole che siamo in grado di trovare quei cambiamenti molto specifici con i metodi che stiamo utilizzando&quot;, rimarca.\u00a0Per condurre lo studio, i ricercatori hanno fatto ricorso a strumenti avanzati di analisi genetica sviluppati tramite The Brain Initiative dei Nih per studiare singole cellule e mappare oltre 1,2 milioni di cellule cerebrali di topi giovani (2 mesi) e anziani (18 mesi) in 16 ampie regioni cerebrali, che costituiscono il 35% del volume totale del cervello di un topo.\u00a0<br \/>\nI topi anziani sono ci\u00f2 che gli scienziati considerano l&#039;equivalente di un essere umano di mezza et\u00e0 e i \u200b\u200bcervelli dei roditori &#8211; precisano gli esperti &#8211; condividono molte somiglianze con i cervelli umani in termini di struttura, funzione, geni e tipi di cellule. Nello studio gli autori hanno osservato da un lato che l&#039;invecchiamento ha aumentato l&#039;attivit\u00e0 dei geni associati ai sistemi infiammatorio e immunitario del cervello, cos\u00ec come alle cellule dei vasi sanguigni cerebrali. Dall&#039;altro lato, i risultati hanno evidenziato una diminuzione dell&#039;attivit\u00e0 dei geni associati ai circuiti neuronali. \u00a0Il terzo ventricolo, finito in particolare sotto la lente, \u00e8 un importante condotto che consente al liquido cerebrospinale di passare attraverso l&#039;ipotalamo. Situato alla base del cervello del topo, l&#039;ipotalamo produce ormoni che possono controllare i bisogni di base del corpo, tra cui temperatura, frequenza cardiaca, sonno, sete e fame. I risultati hanno mostrato che le cellule che rivestono il terzo ventricolo e i neuroni adiacenti nell&#039;ipotalamo presentavano i maggiori cambiamenti nell&#039;attivit\u00e0 genetica con l&#039;et\u00e0.\u00a0Se \u00e8 noto che i neuroni sensibili all&#039;et\u00e0 nell&#039;ipotalamo producono ormoni che controllano l&#039;alimentazione e l&#039;energia, e che le cellule che rivestono il ventricolo controllano il passaggio di ormoni e nutrienti tra il cervello e il corpo, gli esperti puntualizzano che sono necessarie ulteriori ricerche per esaminare i meccanismi biologici alla base dei risultati dello studio, nonch\u00e9 per cercare eventuali possibili collegamenti con la salute umana. La comprensione di questo &#039;hot spot&#039; nell&#039;ipotalamo lo rende un punto focale per studi futuri, concludono gli autori. Oltre a sapere quali cellule colpire specificamente, questo potrebbe portare allo sviluppo di terapie correlate all&#039;et\u00e0, aiutando a preservare la funzione e prevenire le malattie neurodegenerative.\u00a0&#8212;cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(Adnkronos) &#8211; Come invecchia il cervello? Uno studio fa luce su nuovi dettagli che rendono pi\u00f9 chiaro l&#039;impatto dell&#039;et\u00e0 che avanza. 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