{"id":125283,"date":"2026-10-19T18:47:14","date_gmt":"2026-10-19T16:47:14","guid":{"rendered":"https:\/\/www.telelaser.it\/?p=125283"},"modified":"2026-10-19T18:47:14","modified_gmt":"2026-10-19T16:47:14","slug":"magaldi-kyoto-club-la-transizione-energetica-non-puo-essere-solo-cinese","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.telelaser.it\/?p=125283","title":{"rendered":"Magaldi (Kyoto Club): &#8220;La transizione energetica non pu\u00f2 essere solo cinese&#8221;"},"content":{"rendered":"<p>(Adnkronos) &#8211; Ridurre la dipendenza dal gas senza crearne una nuova dalle tecnologie cinesi. Accelerare la decarbonizzazione senza sacrificare l\u2019industria europea sull\u2019altare del prezzo pi\u00f9 basso. Per Letizia Magaldi, presidente di Kyoto Club e imprenditrice del settore energetico, \u00e8 questa la vera sfida della transizione. Una sfida nella quale l\u2019Europa, a suo giudizio, ha ancora le competenze e le tecnologie per competere, ma deve cambiare le regole del gioco.\u00a0\u201cNon possiamo avere le stesse regole che avevamo cinque anni fa\u201d, spiega in un\u2019intervista all&#039;Adnkronos. Magaldi chiede una politica industriale capace di premiare il valore aggiunto prodotto sul territorio europeo, senza rinunciare alla concorrenza e senza rallentare la decarbonizzazione.\u00a0Il problema riguarda anche l\u2019Italia. Sul decreto Fer-T, destinato a sostenere la produzione di calore da fonti rinnovabili, segnala una distanza significativa tra le risorse inizialmente annunciate e quelle previste nell\u2019ultima bozza: 700 milioni di euro contro 60. Una cifra che giudica insufficiente per un settore decisivo sia per la competitivit\u00e0 delle imprese sia per la sicurezza energetica nazionale.\u00a0<br \/>\nLa crisi energetica ha riportato al centro il problema della dipendenza italiana dalle importazioni di gas. Quanto pu\u00f2 contribuire la transizione energetica alla sicurezza nazionale?<br \/>\n\u00a0\u201cCredo sia fondamentale comprendere che il gas non viene utilizzato soltanto per produrre elettricit\u00e0. \u00c8 essenziale anche per i processi produttivi delle industrie. Se guardiamo ai consumi energetici industriali a livello mondiale, circa il 70% \u00e8 destinato alla produzione di calore e il restante 30% all&#039;energia elettrica. E gran parte di quel calore viene ancora prodotto attraverso il gas metano.\u00a0Pensiamo alla carta, all&#039;alimentare, al farmaceutico, alla chimica. Sono industrie che hanno bisogno di calore per essiccare, pastorizzare, trasformare i materiali. L&#039;aumento del prezzo del gas colpisce quindi non soltanto la bolletta elettrica, ma direttamente i costi di produzione.\u00a0La buona notizia \u00e8 che oggi disponiamo delle tecnologie per sostituire una parte importante di questi consumi con energia rinnovabile. \u00c8 cambiata radicalmente la competitivit\u00e0 economica delle rinnovabili. Tecnologie che in passato erano troppo costose oggi possono rappresentare un&#039;alternativa al gas. Questo significa ridurre la nostra esposizione agli shock internazionali e rafforzare la sicurezza energetica del Paese\u201d.\u00a0<br \/>\nMolte imprese italiane lamentano costi energetici troppo elevati rispetto ai concorrenti internazionali. Il problema \u00e8 il Green Deal, come sostengono alcuni suoi critici, oppure \u00e8 altrove?<br \/>\n\u00a0\u201cIl problema principale \u00e8 il prezzo del gas. Si discute molto del sistema Ets, del costo delle emissioni, ma bisogna guardare alle proporzioni. L&#039;incidenza dell&#039;Ets sui costi dell&#039;energia \u00e8 relativamente contenuta rispetto agli aumenti che abbiamo visto sul gas negli ultimi anni.\u00a0Dobbiamo anche considerare come funzionano gli investimenti nelle nuove tecnologie. Con il gas abbiamo un&#039;infrastruttura gi\u00e0 esistente: il tubo arriva in fabbrica e l&#039;impresa acquista il combustibile. Se vogliamo utilizzare fotovoltaico, pompe di calore, caldaie elettriche o batterie termiche, dobbiamo realizzare gli impianti. \u00c8 necessario un investimento iniziale.\u00a0Ma una volta realizzato, quell&#039;investimento consente di ridurre la dipendenza dal gas e dai suoi shock di prezzo. Stiamo cambiando il sistema di generazione dell&#039;energia. Occorre accompagnare questa trasformazione senza mettere in difficolt\u00e0 le imprese e, soprattutto, senza indebolire le filiere industriali europee\u201d.\u00a0<br \/>\nQuali sono gli interventi pi\u00f9 urgenti che il governo dovrebbe mettere in campo per accelerare questa trasformazione?<br \/>\n\u00a0\u201cUn provvedimento molto importante \u00e8 il decreto Fer-T, dedicato alle fonti rinnovabili per la produzione di energia termica. \u00c8 un settore che ha ricevuto meno attenzione rispetto alla generazione elettrica, nonostante il calore rappresenti una componente enorme dei consumi industriali.\u00a0Il problema \u00e8 che, mentre in passato erano stati annunciati 700 milioni di euro, nella bozza che circola la dotazione \u00e8 di appena 60 milioni. \u00c8 evidente che siamo di fronte a un ridimensionamento molto significativo delle risorse previste.\u00a0Mi auguro che una parte importante delle risorse disponibili venga indirizzata proprio all&#039;elettrificazione del calore industriale. Parliamo di tecnologie che esistono gi\u00e0, che possono sostituire il gas e che hanno un potenziale enorme.\u00a0Il settore del calore \u00e8 anche pi\u00f9 frammentato rispetto ad altri comparti energetici: ci sono tanti operatori, molte imprese di dimensioni ridotte, e questo rende pi\u00f9 difficile costruire una voce comune. Ma non per questo deve ricevere meno attenzione. Le aziende da sole non possono farcela: serve una politica industriale\u201d.\u00a0\u201cL&#039;Europa ha compreso l&#039;importanza dell&#039;elettrificazione del calore industriale. Ha gi\u00e0 avviato un primo programma di sostegno e ne sta preparando un secondo, con un miliardo di euro, nell&#039;ambito di un percorso molto pi\u00f9 ampio per la decarbonizzazione dell&#039;industria.\u00a0Ben vengano le aste competitive. Non sono contraria alla concorrenza, anzi. Ma dobbiamo chiederci se abbia ancora senso una competizione che considera soltanto il prezzo e non il valore industriale che viene creato nei nostri Paesi.\u00a0Chi sviluppa una tecnologia in Europa compete sul mercato mondiale. Il problema \u00e8 confrontarsi con sistemi industriali che beneficiano di politiche pubbliche e condizioni molto diverse. Dobbiamo arrivare a una competizione che non sia anacronistica, che tenga conto del valore aggiunto prodotto nel Paese, delle competenze, dell&#039;occupazione e della sicurezza delle filiere\u201d.\u00a0<br \/>\nIl rischio \u00e8 che l&#039;Europa riduca la dipendenza dai combustibili fossili, ma finisca per dipendere dalla Cina per pannelli solari, batterie e altre tecnologie della transizione. Come si evita?<br \/>\n\u00a0\u201cDobbiamo iniziare a ragionare in termini di politica industriale e non soltanto di prezzo. Chi installa un impianto vuole naturalmente acquistare la tecnologia migliore al costo pi\u00f9 basso. \u00c8 comprensibile. Ma chi si occupa della strategia industriale del Paese deve avere una prospettiva diversa.\u00a0Non possiamo lasciare che a guidare la transizione siano soltanto gli interessi economici dei singoli operatori. Stiamo passando da un sistema energetico centralizzato, basato su grandi centrali e grandi gruppi, a una generazione distribuita, nella quale operano tanti soggetti diversi. Chi garantisce una regia strategica di questo sistema?\u00a0C&#039;\u00e8 anche una questione tecnologica, che riguarda per esempio il software e il controllo degli apparati. Non voglio fare allarmismo n\u00e9 sostenere che la Cina controller\u00e0 la nostra energia, ma sono aspetti che meritano attenzione.\u00a0Quando parliamo di difesa, nessuno immaginerebbe di affidare le forniture strategiche esclusivamente a un&#039;asta internazionale basata sul prezzo pi\u00f9 basso. Perch\u00e9 nel settore energetico dovremmo ragionare diversamente?\u201d.\u00a0<br \/>\nMa non rischiamo, privilegiando la produzione europea, di rendere la transizione molto pi\u00f9 costosa e quindi pi\u00f9 lenta?<br \/>\n\u00a0\u201cDobbiamo capire di quali differenze di costo stiamo parlando e su quale parte del valore complessivo dell&#039;impianto incidono. In un impianto fotovoltaico, per esempio, il costo del modulo \u00e8 soltanto una componente dell&#039;investimento totale. Il resto \u00e8 costituito da montaggi, cavi, installazione e altri elementi.\u00a0Se il prodotto europeo costa qualche punto percentuale in pi\u00f9, dobbiamo chiederci quanto incida realmente sul costo finale e quale valore economico e industriale rimanga nel nostro Paese. Non credo che la soluzione sia rinunciare a produrre perch\u00e9 altri hanno costi inferiori. \u00c8 una valutazione che deve tenere conto dell&#039;intera catena del valore.\u00a0Possiamo anche accogliere produttori stranieri, compresi quelli cinesi, ma chiedendo che investano qui, assumano lavoratori europei e trasferiscano tecnologie e competenze. \u00c8 soprattutto un tema di regole. L&#039;Europa si sta muovendo in questa direzione, ma bisogna essere pi\u00f9 decisi. Le condizioni economiche delle rinnovabili sono profondamente cambiate e non possiamo avere le stesse regole che avevamo cinque anni fa\u201d.\u00a0<br \/>\nSu quali tecnologie potrebbe puntare l&#039;Italia per costruire una filiera competitiva, senza ritrovarsi ancora una volta dipendente dall&#039;estero, anche per le materie prime?<br \/>\n\u00a0\u201cUna delle opportunit\u00e0 pi\u00f9 interessanti \u00e8 rappresentata dagli accumuli termici. \u00c8 il settore nel quale opera anche Magaldi, che ha sviluppato una batteria capace di immagazzinare energia rinnovabile e restituirla sotto forma di calore e vapore per i processi industriali. La particolarit\u00e0 \u00e8 che utilizziamo materiali molto comuni: essenzialmente acciaio e sabbia silicea. Non abbiamo quindi il problema delle materie prime critiche che caratterizza altre tecnologie.\u00a0Nel nostro caso sono sufficienti cinque ore di disponibilit\u00e0 di energia rinnovabile, anche non consecutive, per caricare il sistema e produrre successivamente vapore nell&#039;arco delle 24 ore. Abbiamo scelto di concentrarci su una fascia di temperatura compresa tra 150 e 350 gradi, che corrisponde a una parte molto importante della domanda globale di calore industriale. Pensiamo alle cartiere, all&#039;industria alimentare, al farmaceutico e alla chimica.\u00a0Non pretendiamo di sostituire tutte le tecnologie. Le batterie elettrochimiche servono per accumulare e restituire elettricit\u00e0; noi produciamo energia termica. Sono applicazioni differenti e complementari. La cosa interessante, al di l\u00e0 della singola azienda, \u00e8 che in Europa esiste ancora una filiera industriale forte nelle tecnologie per il calore: pompe di calore, caldaie elettriche, batterie termiche. \u00c8 un patrimonio che dobbiamo conservare\u201d.\u00a0<br \/>\nL&#039;Europa, per\u00f2, ha gi\u00e0 perso terreno in settori strategici. Penso alle difficolt\u00e0 delle gigafactory delle batterie, da Northvolt al progetto di Termoli. Non \u00e8 la dimostrazione che il divario con la Cina \u00e8 ormai troppo grande?<br \/>\n\u00a0\u201cIo mi porrei prima di tutto una domanda: sono fallimenti dovuti a problemi tecnologici oppure economici? Perch\u00e9 sono due cose molto diverse. Non credo che all&#039;Europa manchino le competenze. Quando partecipo ai convegni internazionali vedo tantissimi italiani ed europei nella parte dedicata alla tecnologia. Abbiamo ingegneri straordinari, molte delle innovazioni sono nate qui. Poi, per\u00f2, quando si passa al mercato, vediamo una presenza molto forte dei cinesi.\u00a0Il problema, a mio avviso, non \u00e8 soltanto finanziario. \u00c8 soprattutto normativo e riguarda l&#039;assenza di una vera politica industriale comune. Non siamo ancora riusciti a costruire un mercato europeo che accompagni le tecnologie fino alla loro diffusione commerciale. Serve una maggiore armonizzazione delle politiche e una competizione che premi il valore aggiunto creato sul territorio. \u00c8 questo che pu\u00f2 consentire alle nostre imprese di crescere e competere\u201d.\u00a0<br \/>\nC&#039;\u00e8 anche chi, come un ormai noto paper di Bruegel, sostiene che sarebbe pi\u00f9 conveniente lasciare alla Cina produzioni ormai dominate dalle sue aziende, come i pannelli fotovoltaici, e concentrare le risorse europee su altre tecnologie. Lei non \u00e8 d&#039;accordo?<br \/>\n\u00a0\u201cNon sono convinta che sia la strada giusta. Prima di rinunciare a un settore dovremmo porci alcune domande: perch\u00e9 non possiamo produrre quelle tecnologie? Quanto ci costerebbe realmente farlo? E quale valore perderemmo, in termini industriali, rinunciando alla produzione? Bisogna ragionare sull&#039;intero impianto, non soltanto sul prezzo del singolo componente. Anche quando esiste una differenza di costo, dobbiamo capire quanto pesa sul valore complessivo e cosa significa mantenere quella produzione in Europa. Nel campo della salute e della difesa siamo abituati a considerare strategiche le nostre capacit\u00e0 produttive. Perch\u00e9 l&#039;energia deve essere sempre la Cenerentola?\u00a0In passato potevamo contare su gas relativamente economico e questo rendeva meno urgente affrontare alcuni problemi. Oggi la situazione \u00e8 cambiata. Le rinnovabili sono competitive, abbiamo le tecnologie e sappiamo quanto sia rischioso dipendere dall&#039;estero per l&#039;energia.\u00a0Non dobbiamo considerarci gi\u00e0 sconfitti nella transizione energetica. Ma dobbiamo capire che, senza una politica industriale, rischiamo di vincere la sfida della decarbonizzazione perdendo quella della produzione e della competitivit\u00e0 europea\u201d.\u00a0<br \/>\n&#8212;economiawebinfo@adnkronos.com (Web Info)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(Adnkronos) &#8211; Ridurre la dipendenza dal gas senza crearne una nuova dalle tecnologie cinesi. Accelerare la decarbonizzazione senza sacrificare l\u2019industria europea sull\u2019altare del prezzo pi\u00f9 basso. 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