{"id":124855,"date":"2026-10-16T18:48:27","date_gmt":"2026-10-16T16:48:27","guid":{"rendered":"https:\/\/www.telelaser.it\/?p=124855"},"modified":"2026-10-16T18:48:27","modified_gmt":"2026-10-16T16:48:27","slug":"latlantic-council-punta-su-roma-mezran-italia-e-stati-uniti-rischiano-di-perdere-la-libia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.telelaser.it\/?p=124855","title":{"rendered":"L\u2019Atlantic Council punta su Roma. Mezran: \u201cItalia e Stati Uniti rischiano di perdere la Libia\u201d"},"content":{"rendered":"<p>(Adnkronos) &#8211; L\u2019Atlantic Council punta su Roma per rafforzare il dialogo tra Stati Uniti, Italia ed Europa sul Nord Africa e sul Medio Oriente. L&#039;obiettivo del nuovo Rome program \u00e8 costruire un luogo di confronto e di elaborazione strategica in una fase in cui l&#039;influenza occidentale nella regione \u00e8 sempre pi\u00f9 contestata, mentre le politiche di Washington e delle capitali europee faticano a trovare una direzione comune.\u00a0A spiegare il significato dell&#039;iniziativa, in un&#039;intervista ad Adnkronos, \u00e8 Karim Mezran, direttore della North Africa Initiative e resident senior fellow dell&#039;Atlantic Council, convinto che Roma possa diventare un punto di raccordo indispensabile tra le due sponde dell&#039;Atlantico e quella meridionale del Mediterraneo.\u00a0\u201cVogliamo cercare di invertire una rotta\u201d, spiega Mezran. \u201cLa simpatia e il soft power di cui gli americani hanno sempre goduto presso gli europei stanno diminuendo. Noi vogliamo mostrare che l&#039;America rimane un Paese capace di contribuire allo sviluppo e alla soluzione dei problemi internazionali, anche se con questa amministrazione le difficolt\u00e0 sono enormi\u201d.\u00a0Ma il rapporto, insiste, deve funzionare in entrambe le direzioni. \u201cVogliamo rafforzare queste relazioni in modo che sia anche l&#039;Italia a dare qualcosa all&#039;America, aiutandola ad affrontare i problemi del Medio Oriente e del Nord Africa. L&#039;Italia \u00e8 in prima linea, ma senza gli americani non pu\u00f2 fare tutto quello che dovrebbe. E gli americani, dal canto loro, non fanno quello che dovrebbero. \u00c8 un cortocircuito che sta facendo perdere la Libia a entrambi\u201d.\u00a0Fondato a Washington nel 1961, l&#039;Atlantic Council \u00e8 uno dei principali think tank americani impegnati nell&#039;analisi delle relazioni internazionali, della sicurezza e della cooperazione transatlantica. Attraverso centri di ricerca, programmi regionali, pubblicazioni e incontri tra esponenti politici, diplomatici, accademici e imprese, l&#039;organizzazione produce analisi e proposte destinate a orientare il dibattito e le decisioni di politica estera.\u00a0Il lavoro sul Medio Oriente e sul Nord Africa fa capo principalmente al Rafik Hariri Center e ai Middle East Programs. Mezran dirige la North Africa Initiative, che si occupa delle trasformazioni politiche, economiche e strategiche della sponda sud del Mediterraneo. Lo studioso conosce bene anche il contesto italiano: tra il 2002 e il 2012 \u00e8 stato direttore del Centro Studi Americani di Roma.\u00a0La scelta della Capitale risponde dunque a una precisa logica geopolitica. L&#039;Italia dispone di relazioni consolidate con attori chiave come Algeria, Libia, Egitto e Turchia, ma non sempre riesce a trasformare questi rapporti in una strategia regionale, anche per la difficolt\u00e0 di coordinare le iniziative europee e per il limitato coinvolgimento americano.\u00a0\u201cIl nostro compito \u00e8 proporre idee, anche quando significa dire ai governi che stanno sbagliando\u201d, osserva Mezran. \u201cNon possiamo limitarci a chiudere loro la porta in faccia oppure a dire che va tutto bene. Bisogna lavorare con chi prende le decisioni, spiegare che esistono strade diverse\u201d.\u00a0Il programma romano avr\u00e0 il suo primo appuntamento pubblico luned\u00ec 19 ottobre, dalle 17, al Centro Studi Americani di via Michelangelo Caetani 32, con una conferenza dal titolo From the Red Sea to the Atlantic: Transatlantic Policy and the Greater North African Security Complex.\u00a0Al centro dell&#039;incontro una tesi precisa: Maghreb, Sahel, Corno d&#039;Africa e Mar Rosso non possono pi\u00f9 essere considerati teatri separati. La competizione tra Algeria e Marocco, l&#039;espansione delle reti jihadiste, le crisi migratorie, la guerra in Sudan, gli interessi dell&#039;Egitto sul Nilo e la sicurezza delle rotte marittime compongono ormai un unico sistema strategico, mentre le istituzioni occidentali continuano spesso a ragionare secondo divisioni geografiche superate.\u00a0Ad aprire i lavori saranno J\u00f6rn Fleck, senior director dell&#039;Europe Center dell&#039;Atlantic Council, Roberto Sgalla, direttore del Centro Studi Americani, e Will Wechsler, senior director dei programmi mediorientali del think tank. Seguir\u00e0 l&#039;intervento di Maurizio Greganti, vice direttore generale per gli Affari politici e la sicurezza internazionale della Farnesina.\u00a0La discussione, moderata da Mezran, vedr\u00e0 la partecipazione di esperti di sicurezza e politica regionale, tra cui Hannah Armstrong, Can Kasapo\u011flu e Caterina Roggero. Le conclusioni saranno affidate a Giampiero Massolo, membro del consiglio di amministrazione del Centro Studi Americani.\u00a0L&#039;iniziativa si propone di affrontare una questione di fondo: come pu\u00f2 cambiare la strategia transatlantica in una regione nella quale gli attori locali e regionali esercitano un&#039;influenza crescente, mentre Stati Uniti ed Europa rischiano di perdere capacit\u00e0 di iniziativa?\u00a0\u00c8 proprio da questa domanda che prende avvio la conversazione con Mezran.\u00a0<br \/>\nL&#039;Europa sembra procedere ancora in ordine sparso nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Esiste davvero la possibilit\u00e0 di costruire una politica comune?<br \/>\n\u00a0\u201cIl problema \u00e8 che non esiste una vera politica europea in quest&#039;area. Ogni Stato agisce secondo i propri interessi e le proprie relazioni storiche. Spesso guardiamo ai Paesi della regione, e perfino alle comunit\u00e0 che da quei Paesi arrivano in Europa, soprattutto attraverso la lente dell&#039;immigrazione e dell&#039;ordine pubblico. \u00c8 una prospettiva sbagliata, perch\u00e9 impedisce di comprendere le dinamiche politiche e sociali.\u00a0Pensiamo alla Libia. Dopo aver contribuito all&#039;intervento contro Gheddafi, gli europei non sono stati capaci di costruire una strategia comune per la stabilizzazione del Paese. Non ci sono stati n\u00e9 la volont\u00e0 politica n\u00e9 gli strumenti necessari.\u00a0Certo, sarebbe molto meglio agire tutti insieme. Ma se questo non \u00e8 possibile, almeno bisognerebbe coordinarsi. Se non possiamo unirci, almeno coordiniamoci. Oggi, invece, troppo spesso i Paesi europei finiscono per muoversi gli uni contro gli altri\u201d.\u00a0<br \/>\nProprio la Libia sembra rappresentare il caso pi\u00f9 evidente di questo fallimento. L&#039;Italia ha ancora la possibilit\u00e0 di assumere un ruolo decisivo?<br \/>\n\u00a0\u201cAssolutamente s\u00ec. L&#039;Italia dispone di rapporti che altri Paesi non hanno. Penso all&#039;Algeria, all&#039;Egitto e alla Turchia. Il problema \u00e8 mettere queste relazioni al servizio di una strategia.\u00a0Prendiamo l&#039;Algeria: \u00e8 un Paese fondamentale, una grande potenza regionale che non pu\u00f2 essere marginalizzata. La questione del Sahara occidentale e il riconoscimento della sovranit\u00e0 marocchina da parte di diversi Paesi hanno creato tensioni molto forti. L&#039;Italia ha saputo mantenere un rapporto importante con Algeri e questa \u00e8 una risorsa politica.\u00a0Se Roma elaborasse una proposta seria sulla Libia, potrebbe trovare interlocutori disponibili. L&#039;Algeria avrebbe interesse a sostenerla e la Turchia difficilmente si muoverebbe apertamente contro Algeri. Anche l&#039;Egitto deve essere coinvolto.\u00a0Meloni ha rapporti con Tebboune, Al Sisi ed Erdogan. Perch\u00e9 non utilizzare queste relazioni per cercare un&#039;intesa? I costi del proseguimento dell&#039;attuale situazione libica sono troppo alti per tutti. Bisogna avere il coraggio di mettere questi attori intorno a un tavolo\u201d.\u00a0<br \/>\nTra tutti gli attori regionali, la Turchia sembra quello che ha saputo muoversi con maggiore abilit\u00e0, dalla Libia alla Siria, fino ai rapporti con Russia e Ucraina. Come giudica la strategia di Erdogan?<br \/>\n\u00a0\u201cErdogan \u00e8 un politico estremamente abile. \u00c8 riuscito a inserirsi in teatri molto diversi e a parlare con interlocutori che sembravano incompatibili. Guardiamo alla Libia: la Turchia \u00e8 entrata nel Paese sostenendo una parte del confronto politico e militare, ma oggi dialoga anche con Haftar.\u00a0Sta costruendo una rete di relazioni che le permette di aumentare costantemente la propria influenza. \u00c8 una dimostrazione di capacit\u00e0 strategica. La Turchia non si limita a difendere una posizione acquisita, cerca continuamente nuovi spazi di manovra.\u00a0\u00c8 un Paese con cui dobbiamo confrontarci, perch\u00e9 il suo ruolo \u00e8 destinato a crescere, anche nei rapporti con l&#039;Egitto e nel Corno d&#039;Africa\u201d.\u00a0<br \/>\nLei per\u00f2 indica nell&#039;Egitto il possibile grande protagonista dei prossimi anni. Una previsione sorprendente, considerando la crisi economica e le difficolt\u00e0 del Paese. Perch\u00e9?<br \/>\n\u00a0\u201cLo so, \u00e8 una previsione che va contro molte analisi correnti. Ma secondo me l&#039;Egitto sar\u00e0 il Paese di cui parleremo tra quattro o cinque anni.\u00a0Naturalmente ha problemi economici enormi, ma sta accadendo qualcosa anche all&#039;interno della societ\u00e0. Vedo un fermento diverso, una ripresa delle idee, dei circoli intellettuali, delle attivit\u00e0 culturali. La classe media, che per molto tempo \u00e8 stata schiacciata dal peso del sistema militare, comincia a manifestare nuove aspirazioni.\u00a0E poi ci sono le ragioni geopolitiche. L&#039;Egitto \u00e8 un grande Paese, con una popolazione di oltre cento milioni di persone, una storia e un peso regionale che non possono restare ai margini.\u00a0La Turchia e l&#039;Egitto sono, per molti aspetti, alleati naturali. Il Cairo pu\u00f2 diventare un attore centrale in un sistema di relazioni che comprende Ankara, il Pakistan, l&#039;Arabia Saudita e il Corno d&#039;Africa. Non penso soltanto alla dimensione militare, ma anche agli scambi culturali, alla formazione, alle relazioni economiche\u201d.\u00a0<br \/>\nQuesto rafforzamento di Turchia ed Egitto potrebbe per\u00f2 entrare in collisione con Israele. L&#039;ostilit\u00e0 tra Ankara e il governo israeliano \u00e8 reale oppure esistono spazi di mediazione che non vediamo?<br \/>\n\u00a0\u201cL&#039;ostilit\u00e0 \u00e8 reale, soprattutto tra Turchia e Israele. Non bisogna confondere questo rapporto con quello che Israele ha avuto per lungo tempo con l&#039;Arabia Saudita, dove il dialogo tra le leadership poteva proseguire anche in presenza di una retorica pubblica molto dura.\u00a0Con la Turchia il confronto \u00e8 pi\u00f9 profondo e riguarda gli equilibri strategici della regione, in particolare la Siria. Israele teme che una Siria stabilizzata e fortemente legata ad Ankara possa accrescere ulteriormente il peso turco ai suoi confini.\u00a0Anche il rapporto con l&#039;Egitto \u00e8 destinato a cambiare. Israele ha esercitato per molto tempo una forte capacit\u00e0 di condizionamento sulle scelte strategiche del Cairo, ma non credo che questo equilibrio possa durare per sempre. Se l&#039;Egitto recuperer\u00e0 maggiore autonomia e capacit\u00e0 di iniziativa, ci saranno inevitabilmente conseguenze per l&#039;intera regione\u201d.\u00a0<br \/>\nVeniamo all&#039;Iran. Dopo le proteste interne e gli attacchi americani e israeliani, il regime \u00e8 davvero pi\u00f9 fragile? Oppure il nazionalismo iraniano pu\u00f2 rivelarsi pi\u00f9 forte del malcontento verso la Repubblica islamica?<br \/>\n\u00a0\u201cQuesto \u00e8 un punto che in Occidente si comprende molto poco. In Iran esiste un&#039;opposizione al regime, esiste un malcontento profondo e ci sono persone che vorrebbero liberarsi della Repubblica islamica. Ma il nazionalismo iraniano \u00e8 una forza potentissima. Bisogna conoscere la storia di quel Paese. Anche durante la guerra contro l&#039;Iraq, persone che erano ostili alla rivoluzione islamica si mobilitarono per difendere la patria. L&#039;identit\u00e0 nazionale, in certi momenti, conta pi\u00f9 dell&#039;opposizione politica.\u00a0Oggi accade qualcosa di simile. Anche chi odia il regime non necessariamente accetta che Israele o gli Stati Uniti bombardino il proprio Paese. E questo crea una contraddizione enorme. Se gli iraniani percepiscono che una rivolta interna pu\u00f2 portare a un governo imposto dall&#039;esterno, magari considerato dipendente da Israele, molti preferiranno non ribellarsi. Per questo penso che gli attacchi americani e israeliani abbiano perfino indebolito, almeno in questa fase, le possibilit\u00e0 di una sollevazione popolare contro il regime\u201d.\u00a0<br \/>\nQuindi la tenacia iraniana pu\u00f2 avere la meglio sull&#039;impazienza americana?<br \/>\n\u00a0\u201cAssolutamente s\u00ec. Per ora non vedo una situazione in cui l&#039;Iran sia davvero sul punto di cedere. Gli attacchi possono provocare danni enormi, ma non bastano necessariamente a piegare un Paese. Gli Stati Uniti possono avere una superiorit\u00e0 militare schiacciante, ma questo non significa che possano ottenere il risultato politico desiderato. Un conto \u00e8 bombardare, un altro \u00e8 trasformare un&#039;intera societ\u00e0 o cambiare stabilmente il suo sistema di potere.\u00a0L&#039;Iran pu\u00f2 resistere molto pi\u00f9 a lungo di quanto molti a Washington immaginino. E pi\u00f9 il conflitto viene vissuto come un&#039;aggressione dall&#039;esterno, pi\u00f9 rischia di rafforzarsi quel sentimento nazionale che tiene insieme anche persone profondamente ostili al regime\u201d.\u00a0<br \/>\nUn eventuale cambiamento politico in Israele, con la fine della stagione di Netanyahu, potrebbe modificare questi equilibri?<br \/>\n\u00a0\u201cUn cambiamento della leadership israeliana sarebbe un primo tassello importante. Ma non bisogna pensare che basti sostituire un primo ministro per cambiare automaticamente tutto. Negli ultimi anni si sono consolidate tendenze molto profonde nella societ\u00e0 e nella politica israeliana, soprattutto sul terreno del nazionalismo e dell&#039;espansione degli insediamenti. Anche un nuovo governo dovrebbe fare i conti con queste realt\u00e0.\u00a0Credo che, per arrivare a un cambiamento sostanziale della politica regionale, servirebbe anche una diversa impostazione americana. Finch\u00e9 non cambieranno alcune delle idee che hanno guidato Washington e Israele, sar\u00e0 difficile immaginare un ritorno a una situazione pi\u00f9 stabile\u201d.\u00a0<br \/>\nIn definitiva, qual \u00e8 la prima cosa che Stati Uniti ed Europa dovrebbero cambiare nel loro modo di guardare al Medio Oriente?<br \/>\n\u00a0\u201cLa convinzione che esistano amici e nemici permanenti. In Medio Oriente non esiste il bianco e nero. Non ci sono alleati per sempre e non ci sono nemici per sempre. Per questo considero sbagliato anche trattare l&#039;Iran come un nemico eterno, senza lasciare alcuno spazio a una possibile evoluzione dei rapporti. Bisogna conoscere le societ\u00e0, capire le loro contraddizioni, ascoltare chi cerca di cambiarle. E bisogna smettere di pensare che tutto si risolva soltanto con i soldi o con la forza.\u00a0Sono le idee che muovono il mondo, non i soldi. I soldi possono schiacciare il mondo, ma non bastano a svilupparlo. Bisogna offrire alle persone la speranza di poter vivere meglio, di costruire qualcosa di diverso, di utilizzare anche la propria religione per il bene e non per il male. \u00c8 un compito enorme, rispetto al quale noi siamo piccolissimi. Ma bisogna cominciare da qualche parte. E bisogna avere il coraggio di dire anche ai pi\u00f9 potenti quando stanno sbagliando\u201d.\u00a0<br \/>\n&#8212;internazionale\/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(Adnkronos) &#8211; L\u2019Atlantic Council punta su Roma per rafforzare il dialogo tra Stati Uniti, Italia ed Europa sul Nord Africa e sul Medio Oriente. 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