{"id":124106,"date":"2026-10-13T19:20:26","date_gmt":"2026-10-13T17:20:26","guid":{"rendered":"https:\/\/www.telelaser.it\/?p=124106"},"modified":"2026-10-13T19:20:26","modified_gmt":"2026-10-13T17:20:26","slug":"santarelli-lai-non-sostituira-le-spie-intelligence-europea-il-problema-e-chi-cede-i-propri-segreti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.telelaser.it\/?p=124106","title":{"rendered":"Santarelli: \u201cL\u2019AI non sostituir\u00e0 le spie. Intelligence europea? Il problema \u00e8 chi cede i propri segreti\u201d"},"content":{"rendered":"<p>(Adnkronos) &#8211; L\u2019intelligenza artificiale sta democratizzando capacit\u00e0 che fino a pochi anni fa appartenevano a cerchie ristrette di analisti. In pochi secondi \u00e8 possibile incrociare fonti aperte, ricostruire profili, mettere in relazione persone, aziende e avvenimenti. Ma chiamare tutto questo \u201cintelligence\u201d rischia di generare un equivoco. Perch\u00e9 raccogliere e aggregare informazioni non significa fare spionaggio.\u00a0\u00c8 uno dei punti su cui insiste Marco Santarelli, analista investigativo delle reti informative e consulente sui temi della sicurezza internazionale, del terrorismo e dell\u2019intelligence. Nei suoi lavori pi\u00f9 recenti ha sostenuto che, quanto pi\u00f9 cresce il peso dell\u2019AI, tanto pi\u00f9 torna centrale la Humint: la raccolta di informazioni attraverso reti e relazioni umane, soprattutto quando l\u2019obiettivo non \u00e8 conoscere ci\u00f2 che \u00e8 pubblico ma penetrare ci\u00f2 che qualcuno vuole tenere segreto. \u00a0<br \/>\nPartiamo dall\u2019AI. Lei sostiene che ci sia un salto rispetto alla prima stagione dei social network.<br \/>\n\u00a0\u201cCon Facebook abbiamo assistito a una gigantesca raccolta di dati: gusti, preferenze, comportamenti. Oggi quei database esistono gi\u00e0. Con l\u2019intelligenza artificiale il passaggio, a mio avviso, \u00e8 dalla quantit\u00e0 alla qualit\u00e0. Non si tratta soltanto di sapere cosa facciamo, ma di aggregare quelle informazioni, metterle in relazione e costruire modelli sempre pi\u00f9 sofisticati. \u00c8 qui che gli agenti e i sistemi automatizzati cambiano la scala del problema. Il processo diventa molto pi\u00f9 rapido e molto meno visibile all\u2019utente\u201d. \u00a0<br \/>\n\u00c8 in questo quadro che lei legge anche il caso Anthropic e le dimissioni del ricercatore Jacob Coxon?<br \/>\n\u00a0\u201cQuel caso mi ha colpito soprattutto dal punto di vista comunicativo. Abbiamo un ricercatore che lascia l\u2019azienda mettendo in guardia sui rischi dei sistemi pi\u00f9 avanzati e, quasi immediatamente, il vertice della stessa azienda riconosce che il problema esiste. Normalmente davanti a una rottura interna di questo tipo ci aspetteremmo una dinamica diversa. Non dico che questo dimostri una pianificazione, ma trovo interessante il modo in cui la vicenda ha contribuito ad accendere ancora di pi\u00f9 l\u2019attenzione sui pericoli dell\u2019AI. In una fase come questa bisogna osservare non soltanto la tecnologia, ma anche la narrazione costruita intorno alla tecnologia\u201d. \u00a0<br \/>\nUn giornalista oggi pu\u00f2 chiedere a un modello AI di ricostruire in pochi secondi un profilo per il quale prima sarebbero servite ore o giorni. Non viene meno uno dei tradizionali vantaggi informativi dell\u2019intelligence?<br \/>\n\u00a0\u201cViene meno una parte di quel vantaggio. La capacit\u00e0 di aggregazione dell\u2019AI rende accessibile a moltissime persone qualcosa che prima richiedeva software specifici, competenze e molto tempo. Ma bisogna stare attenti a non confondere questa capacit\u00e0 con lo spionaggio. Una cosa \u00e8 l\u2019Osint, una cosa \u00e8 la business intelligence o una due diligence, un\u2019altra ancora sono spionaggio e controspionaggio\u201d.\u00a0\u201cPosso chiedere a un sistema di ricostruire il profilo di una persona o le connessioni di un\u2019azienda. Posso ottenere moltissimo da fonti aperte. Ma l\u2019AI non mi dice se una determinata persona \u00e8 stata infiltrata in un\u2019organizzazione per rubare un brevetto. Per arrivare a quell\u2019informazione servono ancora fonti, informatori, presenza fisica sul territorio, reti costruite nel tempo\u201d. \u00a0\u00c8 una distinzione sulla quale Santarelli insiste anche nei suoi scritti: l\u2019AI si sta affiancando alla Humint nelle attivit\u00e0 di raccolta e controspionaggio, \u201cnon sostituendo\u201d la componente umana.\u00a0<br \/>\nQuindi pi\u00f9 cresce l\u2019AI, pi\u00f9 diventa importante il fattore umano? Sembra un paradosso.<br \/>\n\u00a0\u201cPer me \u00e8 esattamente cos\u00ec. Pi\u00f9 cresce la tecnologia, pi\u00f9 l\u2019intelligence deve conservare una rete informativa umana. L\u2019AI pu\u00f2 essere un formidabile strumento di controllo, verifica e aggregazione, ma esiste un livello dell\u2019informazione che nasce soltanto dalla presenza sul campo. Pensiamo a un porto strategico, a un cavo sottomarino, a un ambiente industriale sensibile. Bisogna capire chi si muove, con chi parla, perch\u00e9 \u00e8 l\u00ec. Questo non coincide con l\u2019analisi automatizzata di informazioni gi\u00e0 disponibili\u201d.\u00a0C\u2019\u00e8 poi un problema ulteriore: l\u2019abbondanza di informazioni sintetiche rende pi\u00f9 difficile distinguere ci\u00f2 che \u00e8 autentico da ci\u00f2 che \u00e8 manipolato. \u201cUn\u2019immagine pu\u00f2 essere modificata, una ricostruzione pu\u00f2 essere orientata. L\u2019intelligence non pu\u00f2 limitarsi ad assorbire ci\u00f2 che trova in rete: deve anche chiedersi da dove arriva quell\u2019informazione e chi pu\u00f2 avere interesse a farla circolare\u201d. \u00a0<br \/>\nArriviamo all\u2019ipotesi di una intelligence europea. \u00c8 realisticamente possibile avere un servizio di Bruxelles?<br \/>\n\u00a0\u201cPoliticamente \u00e8 una bella idea. Operativamente \u00e8 molto pi\u00f9 difficile. Gi\u00e0 all\u2019interno dei singoli sistemi nazionali il passaggio delle informazioni segue procedure, livelli di classificazione e catene di responsabilit\u00e0 molto precise. Immaginiamo di moltiplicare questo problema per ventisette. Il punto non \u00e8 creare un ufficio a Bruxelles: \u00e8 capire quali informazioni i servizi nazionali sarebbero davvero disposti a trasferirgli\u201d.\u00a0\u201cL\u2019intelligence vive anche di segreti che uno Stato considera propri. Non penso che, almeno in tempi brevi, i grandi servizi europei siano pronti a cedere con facilit\u00e0 reti, fonti, capacit\u00e0 operative o informazioni particolarmente sensibili. La collaborazione gi\u00e0 esiste ed \u00e8 molto forte in diversi settori. Ma una cosa \u00e8 collaborare, un\u2019altra \u00e8 centralizzare\u201d. \u00a0<br \/>\nQuindi pi\u00f9 che una \u201cCIA europea\u201d immagina una rete pi\u00f9 stretta tra i servizi nazionali?<br \/>\n\u00a0\u201cQuella mi sembra una prospettiva pi\u00f9 concreta, almeno nel breve periodo. Esistono ambiti nei quali si pu\u00f2 condividere di pi\u00f9: il finanziamento del terrorismo, i movimenti finanziari transfrontalieri, le criptovalute, determinate minacce cyber. E ci sono obiettivi sui quali gli interessi europei convergono chiaramente. Ma l\u2019idea che ogni Paese metta semplicemente in comune tutto ci\u00f2 che sa \u00e8 un\u2019altra cosa\u201d.\u00a0Il modello Five Eyes, osserva, dimostra proprio quanto sia difficile separare la condivisione dell\u2019intelligence dalla fiducia politica costruita nel tempo. Santarelli ha sottolineato recentemente come gruppi pi\u00f9 ristretti di servizi europei stiano gi\u00e0 cooperando su obiettivi particolarmente difficili, a partire da Russia e Cina: pi\u00f9 plausibile, dunque, procedere per cerchi di fiducia e missioni comuni che decretare dall\u2019alto la nascita di un unico servizio. Giornale Diplomatico\u00a0<br \/>\nSul cyber, invece, la rincorsa tecnologica sta favorendo chi attacca o chi difende?<br \/>\n\u00a0\u201cSta cambiando innanzitutto l\u2019economia del settore. L&#039;immagine romantica dell\u2019hacker solo in una stanza che con pochi mezzi riesce a mettere in difficolt\u00e0 una grande organizzazione non descrive pi\u00f9 tutto il sistema. La potenza computazionale costa, la sicurezza avanzata costa, e questo concentra capacit\u00e0 molto sofisticate nelle mani di chi dispone delle risorse per sostenerle\u201d.\u00a0\u201cPer questo dobbiamo porci un problema di sovranit\u00e0 tecnologica. Se apparati pubblici, forze di polizia o strutture sensibili utilizzano tecnologie che non controlliamo fino in fondo, dobbiamo sapere da dove provengono, chi le produce, quali dipendenze creano. In questo senso credo vada rafforzata la logica del Golden Power: non guardare soltanto alla propriet\u00e0 di un&#039;azienda, ma alle tecnologie davvero strategiche per il Paese e alla loro filiera\u201d. \u00a0La stessa preoccupazione riguarda i segreti industriali: l\u2019uso non controllato di piattaforme AI pu\u00f2 esporre codici, know-how e informazioni riservate, trasformando una questione aziendale in un problema di sicurezza nazionale quando sono coinvolti settori come difesa, energia o telecomunicazioni. \u00a0<br \/>\nLei arriva a proporre un controllo molto pi\u00f9 forte anche sui brevetti. Non rischia di diventare un&#039;impostazione eccessivamente dirigista?<br \/>\n\u00a0\u201cNon parlo di controllare la ricerca scientifica o di bloccare l\u2019innovazione. Il problema \u00e8 conoscere e proteggere ci\u00f2 che ha un valore strategico. Oggi la tecnologia arriva con estrema rapidit\u00e0 sia a chi la utilizza legittimamente sia a chi vuole usarla per scopi criminali. Dobbiamo preoccuparci non soltanto di quanto costa un prodotto, ma di dove atterra, di chi pu\u00f2 utilizzarlo e con quali conseguenze\u201d.\u00a0<br \/>\nAlla fine, per\u00f2, nessuna tecnologia pu\u00f2 promettere sicurezza assoluta.<br \/>\n\u00a0\u201cAssolutamente. Tutto ci\u00f2 che \u00e8 collegato a una rete presenta una superficie di attacco. E oggi il cyber non colpisce soltanto il sistema informatico, colpisce la persona. Se ricevo una telefonata con la voce perfettamente riprodotta di mio figlio che mi dice di avere bisogno immediatamente di denaro, il problema non \u00e8 pi\u00f9 soltanto tecnico: \u00e8 emotivo\u201d.\u00a0\u201cPer questo la sicurezza deve diventare cultura diffusa. Le persone devono imparare a controllare l\u2019origine di un file, un indirizzo, i metadati di un documento, a riconoscere le anomalie. Sono nozioni che dovrebbero cominciare a essere insegnate gi\u00e0 dalle elementari. Non trasformeremo tutti in esperti di cyber, ma possiamo rendere molto pi\u00f9 difficile sfruttare la vulnerabilit\u00e0 pi\u00f9 semplice: quella umana&quot;.\u00a0<br \/>\nIn un suo recente articolo ha scritto: \u201cL\u2019AI \u00e8 metodologica, la spia \u00e8 culturale\u201d. \u00c8 questa, in fondo, la sintesi?<br \/>\n\u00a0\u201cS\u00ec. L\u2019intelligenza artificiale pu\u00f2 elaborare una quantit\u00e0 enorme di informazioni e trovare collegamenti con una velocit\u00e0 che un essere umano non potr\u00e0 mai avere. Ma l\u2019intelligence non \u00e8 soltanto elaborazione. \u00c8 comprensione del contesto, capacit\u00e0 di leggere le persone, di costruire una relazione, di capire ci\u00f2 che non viene detto. A volte, mentre tutto accelera, il compito dell\u2019analista \u00e8 esattamente il contrario: rallentare, separare il rumore dall\u2019informazione e dare al decisore qualcosa che abbia davvero un significato\u201d.\u00a0<br \/>\n&#8212;cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(Adnkronos) &#8211; L\u2019intelligenza artificiale sta democratizzando capacit\u00e0 che fino a pochi anni fa appartenevano a cerchie ristrette di analisti. 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