{"id":123654,"date":"2026-10-12T12:20:48","date_gmt":"2026-10-12T10:20:48","guid":{"rendered":"https:\/\/www.telelaser.it\/?p=123654"},"modified":"2026-10-12T12:20:48","modified_gmt":"2026-10-12T10:20:48","slug":"epatocarcinoma-avanzato-esperti-con-immunoterapia-stride-17-pazienti-vivo-a-6-anni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.telelaser.it\/?p=123654","title":{"rendered":"Epatocarcinoma avanzato, esperti: &#8220;Con immunoterapia Stride 17% pazienti vivo a 6 anni&#8221;"},"content":{"rendered":"<p>(Adnkronos) &#8211; Il tumore del fegato pi\u00f9 comune, l\u2019epatocarcinoma (Hcc), \u00e8 una delle neoplasie pi\u00f9 difficili da trattare. I sintomi si manifestano quando \u00e8 gi\u00e0 in fase avanzata e, nel 90% dei casi, si sviluppa da un fegato cirrotico. La gestione di 2 gravi patologie concomitanti richiede terapie efficaci e tollerabili che non peggiorino la funzionalit\u00e0 epatica residua. \u201cUn regime immunoterapico, \u2018Stride\u2019, costituito da una singola dose di tremelimumab con durvalumab seguita da durvalumab in monoterapia, \u00e8 in grado di offrire una \u2018spinta\u2019 alla risposta immunitaria. Questo innovativo approccio di \u2018priming immunitario\u2019 ha evidenziato risultati a lungo termine nel trattamento di prima linea di pazienti con epatocarcinoma avanzato non resecabile, stabilendo nuovi parametri di riferimento: un paziente su 6 \u00e8 vivo a 6 anni. E, per la prima volta dopo 2 decenni, pu\u00f2 cambiare il paradigma di cura anche nei pazienti con epatocarcinoma in stadio intermedio. \u2018Stride\u2019, in combinazione con lenvatinib e chemioembolizzazione transarteriosa (Tace), ha infatti ridotto del 30% il rischio di progressione di malattia\u201d. Sono i contenuti di un media tutorial sulle nuove frontiere del trattamento del tumore del fegato &#8211; informa una nota &#8211; promosso oggi a Milano da AstraZeneca.\u00a0\u201cNello studio Himalaya, che ha coinvolto quasi 1.200 pazienti con epatocarcinoma avanzato o non resecabile, il regime Stride ha consentito di ottenere una sopravvivenza a 5 anni del 19,6%, come pubblicato su \u2018Journal of Hepatology\u2019. La sopravvivenza a 6 anni ha raggiunto il 17,1%, un dato mai riportato prima in uno studio di fase 3 in questo stadio di malattia\u201d, spiega Lorenza Rimassa, professore associato di Oncologia medica all\u2019Humanitas University e responsabile dell\u2019Uo di Oncologia epatobiliopancreatica all\u2019Irccs Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, Milano. \u201cSi tratta di una percentuale doppia rispetto a sorafenib, standard di cura al momento dell\u2019avvio dello studio &#8211; continua &#8211; La qualit\u00e0 di vita \u00e8 stata salvaguardata, con un buon profilo di tollerabilit\u00e0, molto importante per pazienti fragili, perch\u00e9 molto spesso sono colpiti anche da cirrosi e richiedono terapie a lungo termine\u201d. \u00a0L\u2019Aifa, l\u2019Agenzia italiana del farmaco, a febbraio 2024 ha approvato la rimborsabilit\u00e0 del regime Stride in prima linea nell\u2019epatocarcinoma avanzato o non resecabile. \u201cLo studio internazionale Di-Real \u2013 illustra Rimassa \u2013 ha convalidato la solida efficacia di Stride nella pratica clinica quotidiana, con una sopravvivenza globale mediana di 23 mesi. Anche il profilo di sicurezza era paragonabile. Un\u2019ulteriore conferma della riproducibilit\u00e0 della robusta efficacia di Stride nel \u2018mondo reale\u2019 viene dallo studio Lor-Hcc, un\u2019analisi retrospettiva di dati da 12 centri in Lombardia. Inoltre, i dati dello studio Sierra &#8211; precisa &#8211; supportano la fattibilit\u00e0 e gestibilit\u00e0 del regime Stride anche in pazienti con epatocarcinoma e caratteristiche prognostiche sfavorevoli, una popolazione generalmente sottorappresentata negli studi registrativi e con un rilevante bisogno clinico insoddisfatto. Il profilo di sicurezza complessivo \u00e8 stato considerato gestibile, nonostante la complessit\u00e0 clinica della popolazione arruolata\u201d.\u00a0\u00a0Ogni anno, in Italia, sono stimati circa 12.600 nuovi casi di tumore del fegato. \u201c\u00c8 un organo che si ammala in modo \u2018silenzioso\u2019 \u2013 afferma Fabio Piscaglia, professore ordinario di Medicina interna all\u2019Universit\u00e0 di Bologna e Direttore della Medicina Interna, Malattie epatobiliari e Immunoallergologiche dell\u2019Irccs-Aou di Bologna &#8211; L\u2019infiammazione protratta nel tempo determina un danno che si manifesta solo dopo decenni ma, quando appare, di solito \u00e8 irreversibile. Per questo \u00e8 fondamentale identificare subito la causa dell\u2019infiammazione, prima che vi sia una compromissione della funzione epatica. I principali fattori di rischio dell\u2019epatocarcinoma &#8211; avverte &#8211; sono le infezioni da virus dell\u2019epatite B e C, sindrome metabolica, abuso di alcol, malattie genetiche e autoimmuni. L\u2019epatocarcinoma presenta elementi peculiari che lo distinguono dalla maggior parte dei tumori solidi, pertanto la sua gestione \u00e8 estremamente complessa. Innanzitutto, la prognosi dipende non solo dallo stadio del tumore, ma anche dalla funzione epatica residua. La presenza e la severit\u00e0 della cirrosi condizionano la scelta terapeutica. Inoltre, i trattamenti per la cirrosi epatica sottostante giocano un ruolo non secondario nella prognosi. Infine &#8211; osserva l\u2019esperto &#8211; la disponibilit\u00e0 di numerose terapie, che trovano indicazione in differenti momenti evolutivi della neoplasia e che sono di competenza di specialisti diversi, rende indispensabile la discussione in ambito multidisciplinare, che comprenda competenze epatologiche, chirurgiche, oncologiche, radiologiche, ma anche diabetologiche e trapiantologiche\u201d.\u00a0\u201cCirca il 30% dei pazienti con epatocarcinoma \u00e8 eleggibile per l\u2019embolizzazione transarteriosa \u2013 sottolinea Irene Bargellini, professore associato di Radiodiagnostica, dipartimento di Scienze chirurgiche, Universit\u00e0 di Torino &#8211; La chemioembolizzazione transarteriosa \u00e8 una procedura di radiologia interventistica utilizzata nel trattamento dell\u2019epatocarcinoma, in particolare nei pazienti non candidabili a chirurgia o ablazione percutanea e in stadio intermedio. L\u2019efficacia locale del trattamento \u00e8 elevata, con percentuali di controllo di malattia che possono superare l\u201980%, dopo uno o due cicli. Tuttavia si assiste frequentemente a una ripresa locale di malattia, pari a circa il 50% in un anno, o alla comparsa di nuove lesioni. Inoltre, le procedure Tace ripetute rischiano di compromettere la funzionalit\u00e0 epatica. Pertanto, la ricerca si sta concentrando sulla possibilit\u00e0 di potenziare l\u2019efficacia della Tace attraverso la combinazione con altri trattamenti, tra cui la duplice immunoterapia\u201d. \u00a0\u201cIl regime Stride ha dimostrato risultati significativi anche nei pazienti con epatocarcinoma in stadio intermedio, cio\u00e8 con malattia limitata al fegato, non resecabile e candidata a chemioembolizzazione, che rappresenta da pi\u00f9 di 20 anni lo standard di terapia per questi pazienti\u201d, evidenzia Sherrie Bhoori, epatologa, Unit\u00e0 di Chirurgia oncologica (epato-gastro-pancreatica) e Trapianto di fegato diretta da Vincenzo Mazzaferro alla Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano.\u00a0\u00a0\u201cNello studio Emerald-3, la combinazione di Stride, lenvatinib e Tace ha determinato una riduzione del 30% del rischio di progressione di malattia. Risultati che indicano le potenzialit\u00e0 per diventare il nuovo standard di cura, soprattutto nei pazienti con potenziali prospettive curative come chirurgia o trapianto. Grazie a questo approccio innovativo \u2013 prosegue Bhoori &#8211; si possono riaprire opzioni terapeutiche inizialmente escluse, rendendo disponibili trattamenti curativi, come la resezione e il trapianto di fegato. La chirurgia del fegato deve essere eseguita in centri di riferimento, dove ogni caso viene discusso in maniera collegiale da un team multidisciplinare. L\u2019epatocarcinoma rappresenta oggi in Italia una delle prevalenti indicazioni al trapianto di fegato ed \u00e8 ipotizzabile che il numero possa aumentare in relazione alle prospettive offerte dalla nuova combinazione nello stadio intermedio\u201d. \u00a0\u201cIl paziente colpito da patologie croniche, come le epatopatie, segue un percorso che parte dalla medicina generale, transita dagli specialisti, per poi tornare al territorio \u2013 osserva Ignazio Grattagliano, vicepresidente Simg, Societ\u00e0 italiana di medicina generale &#8211; I percorsi clinico-assistenziali regionali prevedono un coinvolgimento attivo del medico di famiglia sin dalle fasi iniziali della diagnosi di epatocarcinoma e lungo tutto il percorso terapeutico. Solo l\u2019identificazione precoce delle persone a rischio, cio\u00e8 con epatopatia cronica avanzata, e la loro attenta sorveglianza con ecografia semestrale consentono una diagnosi tempestiva della neoplasia, cio\u00e8 in una fase iniziale suscettibile di terapie radicali, come la resezione epatica e il trapianto di fegato. La comunicazione tra ospedale e territorio, talvolta, \u00e8 insufficiente &#8211; puntualizza &#8211; Strumenti tecnologici e piattaforme digitali sempre pi\u00f9 integrate possono facilitare lo scambio di informazioni, migliorando il coordinamento tra i diversi attori coinvolti. Allo stesso tempo il confronto tra medico di famiglia e specialista in programmi formativi comuni e la comunicazione efficace basata su messaggi chiari e specifici possono essere la chiave di volta per superare criticit\u00e0 organizzative e gestionali\u201d. \u00a0Il fattore di rischio \u201cdestinato a diventare preponderante per l\u2019epatocarcinoma nei Paesi occidentali \u00e8 la Masld, condizione epatosteatosica correlata alla sindrome metabolica, problema in rapida crescita, in genere legata a sovrappeso, obesit\u00e0 e diabete &#8211; conclude Paola Pantanetti, responsabile Diabetologia Ast Fermo &#8211; Le ricerche condotte negli ultimi anni hanno evidenziato il ruolo della resistenza all\u2019azione dell\u2019insulina indotta dal sovrappeso e dall\u2019obesit\u00e0 quale fattore rilevante di aumentato rischio oncologico. La presenza di diabete di tipo 2 pu\u00f2 triplicare la probabilit\u00e0 di sviluppare l\u2019epatocarcinoma. \u00c8 importante curare non solo il fegato, ma anche le comorbidit\u00e0 presenti, come diabete e dislipidemia. Il primo step del percorso di cura, quindi, \u00e8 controllare i fattori dismetabolici. Per questo, va ampliato l\u2019accesso nei centri diabetologici al fibroscan, l\u2019esame che consente di valutare la presenza e il grado di fibrosi epatica. In questo modo \u00e8 possibile effettuare una stratificazione del rischio, prima dell\u2019invio allo specialista epatologo\u201d.\u00a0<br \/>\n&#8212;cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(Adnkronos) &#8211; Il tumore del fegato pi\u00f9 comune, l\u2019epatocarcinoma (Hcc), \u00e8 una delle neoplasie pi\u00f9 difficili da trattare. 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