{"id":123272,"date":"2026-10-09T17:33:00","date_gmt":"2026-10-09T15:33:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.telelaser.it\/?p=123272"},"modified":"2026-10-09T17:33:00","modified_gmt":"2026-10-09T15:33:00","slug":"mark-leonard-leuropa-impari-a-vivere-nelle-rovine-dellordine-globale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.telelaser.it\/?p=123272","title":{"rendered":"Mark Leonard: l\u2019Europa impari a vivere nelle rovine dell\u2019ordine globale"},"content":{"rendered":"<p>(Adnkronos) &#8211; Per capire il mondo di oggi, secondo Mark Leonard, serve un\u2019immagine meno solenne di quelle che normalmente accompagnano le discussioni sulla crisi dell\u2019ordine internazionale. Gli anni Trenta, il Congresso di Vienna, la Guerra fredda: paragoni utili fino a un certo punto, perch\u00e9 suggeriscono l\u2019idea rassicurante di una storia che, magari in forme diverse, abbiamo gi\u00e0 attraversato.\u00a0Leonard preferisce partire dalle periferie delle grandi citt\u00e0 cinesi, dove dopo lo scoppio della bolla immobiliare sono rimaste in piedi migliaia di torri mai completate. In Cina vengono chiamate<br \/>\nlanweilou<br \/>\n, edifici \u201ca coda marcia\u201d: strutture vendute quando ancora esistevano soltanto sulla carta, pagate da famiglie con i risparmi di una vita e poi abbandonate quando i costruttori sono falliti.\u00a0L\u2019edificio c\u2019\u00e8. Mancano finestre, impianti, rifiniture, talvolta perfino le pareti interne. E soprattutto non arriver\u00e0 pi\u00f9 nessuno a completarlo. Per Leonard \u00e8 una metafora di quello che ci piace chiamare \u201crules-based order\u201d, ordine basato sulle regole. Anche quello \u00e8 stato costruito per decenni sulla convinzione che il cantiere non si sarebbe mai fermato: pi\u00f9 globalizzazione, pi\u00f9 istituzioni, pi\u00f9 paesi integrati in un unico sistema. Poi i lavori si sono interrotti. \u00a0\u00c8 da questa immagine che parte<br \/>\nSurviving Chaos (Polity)<br \/>\n, l\u2019ultimo libro del fondatore e direttore dello European Council on Foreign Relations. Ed \u00e8 da qui che Leonard ha sviluppato, durante un incontro Ecfr a Roma cui ha partecipato l\u2019Adnkronos, il suo ragionamento: l\u2019Europa non deve immaginare come restaurare il mondo di ieri, quanto capire come muoversi in quello che sta prendendo il suo posto.\u00a0Leonard usa una parola precisa: unorder, non-ordine, una locuzione usata anche da Marta Dass\u00f9 nel suo libro \u201cL\u2019et\u00e0 della prepotenza\u201d, di cui abbiamo scritto qui.\u00a0Il disordine accompagna da sempre qualsiasi sistema internazionale. Anche nei momenti di apparente stabilit\u00e0 ci sono state guerre, violazioni, doppi standard e conflitti. In quei casi, per\u00f2, restava una cornice condivisa, o almeno riconoscibile: gli Stati potevano violare le regole, contestarle, piegarle ai propri interessi, ma sapevano quali fossero.\u00a0Oggi quella cornice si sta facendo molto pi\u00f9 incerta. Nella formulazione di Leonard, gli attori internazionali sempre pi\u00f9 spesso \u201coperano senza fare riferimento a un quadro comune\u201d. In molti casi le vecchie regole non vengono neppure deliberatamente infrante: non contano pi\u00f9.\u00a0La differenza \u00e8 sostanziale, perch\u00e9 cambia anche il tipo di risposta possibile. Se il problema fosse soltanto l\u2019inosservanza delle norme, basterebbe pensare a come rafforzarle. Se invece viene meno l\u2019idea stessa di una grammatica comune, la politica internazionale si sposta su un terreno assai pi\u00f9 instabile.\u00a0Leonard individua tre grandi movimenti.\u00a0Il primo \u00e8 la frammentazione, che procede senza produrre blocchi ordinati. Le alleanze si fanno pi\u00f9 porose, gli interessi divergono anche all\u2019interno di schieramenti formalmente compatti e le economie vengono segmentate senza che emerga una divisione pulita del mondo in due sfere. La frattura pi\u00f9 profonda, per Leonard, \u00e8 \u201cepistemica\u201d: si indebolisce la condivisione dei fatti stessi, quella base minima senza la quale diplomazia, scienza e giornalismo fanno fatica perfino a stabilire l\u2019oggetto del confronto.\u00a0Poi c\u2019\u00e8 il contagio. Le crisi attraversano con una facilit\u00e0 nuova i diversi domini della politica. Nel 2003 Francia e Germania potevano scontrarsi duramente con gli Stati Uniti sull\u2019Iraq continuando allo stesso tempo a cooperare con Washington su commercio, terrorismo e sicurezza. Oggi una crisi militare tende a propagarsi molto pi\u00f9 rapidamente alla tecnologia, alla finanza, all\u2019energia, alle catene di fornitura.\u00a0Infine lo \u201cstrangolamento\u201d, strangulation: un matrimonio finito nel quale nessuno dei due coniugi pu\u00f2 andarsene. Le cose costruite insieme durante gli anni buoni &#8211; la casa, il denaro, perfino i figli &#8211; diventano gli strumenti con cui ci si fa male quando il rapporto si rompe. Come energia, semiconduttori, sistemi di pagamento, rotte marittime, dati e tecnologia: hanno avvicinato persone e culture, oggi possono trasformarsi in choke points, strozzature attraverso le quali esercitare pressione su un altro paese. Le connessioni diventano strumenti di coercizione.\u00a0La Cina occupa molto spazio in Surviving Chaos, anche se il libro, in fondo, parla soprattutto dell\u2019Europa. Leonard la osserva perch\u00e9 Pechino ha sviluppato nel tempo un modo di ragionare diverso da quello occidentale e pu\u00f2 offrire qualche indicazione utile.\u00a0La distinzione che propone \u00e8 quella tra architetti e artigiani.\u00a0Gli architetti partono dal progetto. Immaginano l\u2019ordine desiderabile, costruiscono istituzioni e regole e cercano, con pi\u00f9 o meno successo, di portare la realt\u00e0 verso quella forma. Stati Uniti ed Europa hanno ragionato cos\u00ec per buona parte del secondo dopoguerra, soprattutto dopo la fine della Guerra fredda.\u00a0L\u2019artigiano lavora diversamente. Guarda i materiali che ha davanti, capisce come possono essere usati, modifica il progetto mentre procede. La Cina, tornata al centro della politica mondiale dentro un sistema che non aveva creato e di cui non condivideva molte premesse, ha dovuto sviluppare questa attitudine: entrare nelle istituzioni esistenti, utilizzarle, piegarne alcune ai propri interessi, affiancarne di nuove e sperimentare continuamente.\u00a0Anche dietro programmi come Made in China 2025, spesso letti in Occidente come monumenti alla pianificazione centralizzata in stile sovietico, c\u2019\u00e8 un elemento pi\u00f9 sperimentale: Pechino individua settori strategici, mobilita capitali, incoraggia una quantit\u00e0 enorme di imprese e lascia che molte falliscano, nella speranza che dal processo emergano pochi vincitori capaci di competere su scala mondiale. Pi\u00f9 Darwin che piano quinquennale.\u00a0La formula \u00e8 di Deng Xiaoping: attraversare il fiume tastando le pietre. Per Leonard la differenza di mentalit\u00e0 diventa particolarmente evidente dopo l\u2019invasione russa dell\u2019Ucraina. I leader occidentali hanno continuato a parlare del \u201crules-based order\u201d, da difendere e ricostruire. Xi Jinping ha invece insistito sulle \u201cgrandi trasformazioni mai viste in un secolo\u201d, un\u2019espressione che in Cina richiama un immaginario storico molto preciso e suggerisce un mondo attraversato da mutamenti profondi, difficili da controllare in anticipo.\u00a0Pechino si prepara all\u2019idea che demografia, capitalismo, clima e tecnologia possano rovesciare molte delle certezze sulle quali abbiamo costruito gli ultimi decenni. Il compito dello Stato diventa allora quello di attraversare queste trasformazioni senza esserne travolto.\u00a0Il ragionamento cinese non come modello politico da imitare, ma come invito a cambiare disposizione mentale.\u00a0Per descrivere l\u2019intensit\u00e0 di questi cambiamenti Leonard ricorre a un\u2019altra formula, \u201cC4\u201d. Il richiamo all\u2019esplosivo \u00e8 voluto, e le quattro C indicano altrettante forze capaci di mettere sotto pressione l\u2019ordine esistente: capitalism, climate, chips, civilizations.\u00a0Il capitalismo globale \u00e8 diventato estremamente complesso, digitalizzato, interconnesso e, soprattutto, sempre pi\u00f9 esposto alla logica della sicurezza nazionale. Paesi che diffidano gli uni degli altri continuano ad avere bisogno gli uni degli altri e proprio questa dipendenza reciproca apre nuovi spazi per la coercizione. Leonard immagina quindi un mondo ancora profondamente connesso, forse perfino pi\u00f9 di oggi, ma nel quale le reti economiche vengono usate apertamente per fare politica di potenza.\u00a0Il clima aggiunge un ulteriore livello di instabilit\u00e0, perch\u00e9 produce eventi estremi e migrazioni, ridisegna geografie produttive e modifica gli equilibri tra vincitori e perdenti.\u00a0Poi ci sono i chips, categoria con cui Leonard riassume la rivoluzione tecnologica e in particolare l\u2019AI. Qui il tono diventa curiosamente prudente. Dopo aver parlato con interlocutori nel Golfo, in India, in Cina e altrove, ammette che nessuno sa davvero quale sar\u00e0 la strategia vincente: possedere i modelli pi\u00f9 avanzati, diffondere rapidamente l\u2019AI nel tessuto produttivo, puntare sulle applicazioni, aspettare che i modelli diventino commodities. E nessuno sa ancora quale sar\u00e0 il saldo occupazionale.\u00a0La previsione sulla quale si sente pi\u00f9 sicuro riguarda gli effetti politici e sociali: difficilmente una trasformazione di questa portata aumenter\u00e0 la stabilit\u00e0. Se poi all\u2019AI si aggiungono quantum computing e altre tecnologie emergenti, il risultato sar\u00e0 probabilmente un\u2019ulteriore dose di unorder.\u00a0La quarta C, civilizations, porta Leonard sul terreno pi\u00f9 delicato.\u00a0L\u2019ordine del Novecento si \u00e8 formato in una fase in cui europei e americani disponevano di una quota enorme del potere economico, militare e culturale mondiale. Era possibile, da quella posizione, immaginare che un insieme di istituzioni e valori avrebbe progressivamente assunto carattere universale.\u00a0Il XXI secolo si muove in una direzione diversa. Il baricentro demografico ed economico si sposta verso Asia e Africa, mentre Cina, India, Turchia, Iran e altri attori tornano a raccontarsi attraverso storie che precedono l\u2019egemonia occidentale. La modernizzazione non viene pi\u00f9 necessariamente letta come sinonimo di occidentalizzazione.\u00a0\u201cGli altri paesi vogliono scrivere le proprie storie\u201d, osserva Leonard. E talvolta il fatto stesso che sia l\u2019Europa a presentare una proposta come universale la rende, agli occhi di altri, meno attraente.\u00a0Le quattro C, sovrapponendosi, producono quello che Leonard chiama \u201ccompound chaos\u201d, una \u201cpolicrisi sotto steroidi\u201d in cui le trasformazioni non si limitano a sommarsi, ma si moltiplicano esponenzialmente.\u00a0Nel suo intervento romano Leonard sposta lo sguardo dalla geopolitica alle democrazie europee. Le crisi dell\u2019interdipendenza globale non rimangono fuori dai confini, arrivano dentro le societ\u00e0 e modificano il rapporto tra cittadini, governi e istituzioni.\u00a0Un esempio molto attuale \u00e8 AfD in Germania: nasce durante la crisi dell\u2019euro; cambia natura durante la crisi migratoria del 2015; spinge sui no-vax e no-chiusure durante il Covid e si trasforma ancora con la guerra alle politiche green. C\u2019\u00e8 un elemento comune: la percezione che decisioni prese altrove, fenomeni transnazionali e vincoli esterni condizionino in profondit\u00e0 la vita quotidiana senza che lo Stato riesca davvero a governarli.\u00a0Ogni crisi, in questa lettura, indebolisce la politica tradizionale due volte. La prima perch\u00e9 mostra i limiti della capacit\u00e0 di controllo dei governi. La seconda perch\u00e9 fa emergere, agli occhi degli elettori, chi viene protetto e chi sostiene i costi, e torniamo sempre a \u00e9lite vs. popolo. I vecchi partiti comunisti cercavano nelle \u201ccontraddizioni del capitalismo\u201d il punto da cui far avanzare la propria agenda, molte nuove destre costruiscono consenso sulle contraddizioni del liberalismo e della globalizzazione.\u00a0La conseguenza, per l\u2019Europa? Difesa, politica industriale, energia e tecnologia contano, naturalmente, ma la questione della sovranit\u00e0 europea \u00e8 destinata a rimanere incompleta finch\u00e9 non si traduce anche nella sensazione, per gli elettori, che qualcuno sia tornato in grado di proteggerli.\u00a0A questo punto uno si aspetterebbe una conclusione pessimista sull\u2019Unione europea. E invece se il sistema globale basato sulle regole si sta indebolendo, l\u2019Europa pu\u00f2 ancora essere il luogo nel quale quelle regole continuano ad avere forza, a condizione per\u00f2 di liberarsi da alcune abitudini intellettuali.\u00a0Il libro recupera a questo proposito una tensione che accompagna l\u2019integrazione europea fin dalle origini. Da una parte Altiero Spinelli, l\u2019architetto del progetto federale; dall\u2019altra Jean Monnet, che procede attraverso realizzazioni concrete, aggiusta le istituzioni mentre le costruisce e trasforma gradualmente la cooperazione in solidariet\u00e0 politica. Leonard ha molta simpatia per il secondo metodo. \u201cIl mio punto non \u00e8 contro l\u2019architettura in quanto tale (mia moglie \u00e8 un architetto!). \u00c8 contro l\u2019idea di un\u2019architettura globale\u201d.\u00a0Gli europei, dice, continueranno ad avere bisogno di essere architetti dentro l\u2019Europa. Diventa invece assai pi\u00f9 difficile pensare che possano ancora disegnare l\u2019ordine dell\u2019intero sistema internazionale: manca il potere necessario, manca la legittimit\u00e0 e, soprattutto, manca una vera domanda da parte del resto del mondo.\u00a0All\u2019interno dell\u2019Unione lo spazio per costruire resta ampio. Leonard considera persino fuorviante l\u2019ossessione per gli \u201cStati Uniti d\u2019Europa\u201d, perch\u00e9 l\u2019Ue ha gi\u00e0 prodotto qualcosa di molto pi\u00f9 originale: una forma di organizzazione della sovranit\u00e0 che non assomiglia n\u00e9 a uno Stato federale classico n\u00e9 a una semplice organizzazione internazionale.\u00a0Proprio questa stranezza, spesso descritta come una debolezza, potrebbe diventare utile in un mondo pi\u00f9 fluido. L\u2019Europa ha gi\u00e0 imparato a combinare livelli diversi di governo, geometrie variabili, mercati comuni e sovranit\u00e0 nazionali. Potrebbe aver bisogno di farlo molto di pi\u00f9.\u00a0Anche sul piano dei valori Leonard propone una correzione. Racconta di essersi spostato rispetto alle idee che sosteneva vent\u2019anni fa, quando vedeva nel modello europeo una forza capace di diffondersi attraverso allargamento, vicinato, istituzioni e integrazione regionale. Oggi ritiene che l\u2019Europa debba riconoscere quanto la propria storia sia stata particolare e quanto sia difficile trasformarla automaticamente in una traiettoria universale.\u00a0Altre societ\u00e0 avranno battaglie diverse, priorit\u00e0 diverse, compromessi diversi. L\u2019Europa pu\u00f2 difendere ci\u00f2 in cui crede evitando per\u00f2 di immaginare che la propria esperienza storica sia necessariamente il punto d\u2019arrivo di tutti.\u00a0E soprattutto, suggerisce Leonard, farebbe bene a dedicare qualche energia in pi\u00f9 a convincere i propri cittadini. Negli ultimi anni ha spesso mostrato maggiore sicurezza quando spiegava agli altri come avrebbero dovuto organizzarsi che quando doveva parlare a coloro che, dentro le democrazie europee, si sentono perdenti della globalizzazione e sono ormai tentati dall\u2019idea di far saltare l\u2019intero sistema.\u00a0Alla fine Leonard torna ai<br \/>\nlanweilou<br \/>\n.\u00a0Quando \u00e8 diventato chiaro che molti sviluppatori immobiliari non sarebbero tornati a completare gli edifici, alcune famiglie cinesi hanno smesso di aspettare. Sono entrate negli appartamenti ancora grezzi, hanno coperto le aperture con teli, montato cucine improvvisate, trovato sistemi rudimentali per avere acqua ed elettricit\u00e0. Non era ci\u00f2 che avevano comprato e non assomigliava ai rendering che avevano visto. Per\u00f2 era un tetto.\u00a0Leonard vede in quelle famiglie una lezione per l\u2019Europa. \u201cDobbiamo andare ad abitare le rovine di questo mondo che \u00e8 crollato\u201d. Una parte del vecchio ordine potr\u00e0 ancora essere salvata: segmenti di diritto internazionale, istituzioni, diritti, alleanze, forme di cooperazione. Altre parti resteranno probabilmente incompiute. Continuare ad aspettare che qualcuno torni a completare il cantiere \u00e8 sciocco se non irresponsabile. \u00a0Vale soprattutto per il rapporto con gli Stati Uniti. Leonard non crede che basti un cambio alla Casa Bianca per riportare indietro il tempo. Il disimpegno americano dal ruolo di garante dell\u2019ordine internazionale precede Trump e probabilmente gli sopravviver\u00e0 in forme diverse. \u00a0L\u2019Europa possiede ancora fondamenta robuste, istituzioni, ricchezza, competenze, capacit\u00e0 tecnologiche, alleanze e soprattutto una lunga esperienza nel trasformare compromessi fragili in costruzioni politiche durature. La parte difficile sar\u00e0 accettare che il progetto originale non esiste pi\u00f9 e che nessuno verr\u00e0 a terminarlo al posto nostro.\u00a0<br \/>\n&#8212;internazionale\/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(Adnkronos) &#8211; Per capire il mondo di oggi, secondo Mark Leonard, serve un\u2019immagine meno solenne di quelle che normalmente accompagnano le discussioni sulla crisi dell\u2019ordine internazionale. 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