{"id":117977,"date":"2025-10-28T20:38:00","date_gmt":"2025-10-28T19:38:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.telelaser.it\/?p=117977"},"modified":"2025-10-28T20:38:00","modified_gmt":"2025-10-28T19:38:00","slug":"morto-mimmo-jodice-uno-dei-piu-grandi-fotografi-italiani-aveva-91-anni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.telelaser.it\/?p=117977","title":{"rendered":"Morto Mimmo Jodice, uno dei pi\u00f9 grandi fotografi italiani: aveva 91 anni"},"content":{"rendered":"<p>(Adnkronos) &#8211; &quot;Non so se la bellezza salver\u00e0 il mondo, ma per me \u00e8 balsamo e quiete&quot;. In questa frase, pronunciata con la voce calma di chi ha passato una vita a misurare la luce, c&#039;\u00e8 tutto Mimmo Jodice, uno dei pi\u00f9 grandi fotografi italiani del secondo Novecento, morto all&#039;et\u00e0 di 91 anni. E&#039; stato protagonista di una stagione irripetibile della fotografia italiana, quella in cui l&#039;obiettivo non serviva solo a documentare, ma a capire, a sentire, a prendere posizione. Dopo diversi lavori di impronta socio-antropologica sulla realt\u00e0 della sua Napoli, la sua ricerca si \u00e8 focalizzata sul mito antico delle civilt\u00e0 mediterranee (&#039;Isolario mediterraneo&#039;, 2000) e sugli spazi urbani, oniricamente deprivati della presenza umana (&#039;Citt\u00e0 visibili&#039;, 2006).\u00a0<br \/>\nNato il 29 marzo 1934 a Napoli nel Rione Sanit\u00e0, figlio di un&#039;Italia povera e indomita, Domenico &#039;Mimmo&#039; Jodice aveva imparato presto che il vedere \u00e8 una forma di resistenza. La fame, l&#039;ingiustizia, la fatica di vivere nei vicoli di Napoli furono le prime lezioni di composizione: insegnarono a guardare, e poi a raccontare, ci\u00f2 che gli altri non volevano vedere. Negli anni Cinquanta si avvicina per caso alla fotografia. Non aveva studi accademici: autodidatta, curioso, mosso da una fame di immagini pi\u00f9 che di pane. Nei primi esperimenti degli anni Sessanta &#8211; quelli presentati da Lucio Amelio, tra i fermenti dell&#039;arte concettuale napoletana &#8211; la fotografia diventa linguaggio puro, spazio di libert\u00e0. Collabora con Andy Warhol, Joseph Beuys, Sol LeWitt, Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis: artisti che, come lui, credevano che l&#039;arte potesse cambiare la percezione del reale.\u00a0Fu allora che Jodice cominci\u00f2 a pensare la fotografia come un&#039;arte autonoma, non ancella della pittura n\u00e9 semplice strumento di cronaca. &quot;Volevo che la fotografia entrasse nell&#039;Accademia come il disegno o la scultura&quot;, raccontava. E ci riusc\u00ec: dal 1970 al 1994 insegn\u00f2 fotografia all&#039;Accademia di Belle Arti di Napoli, dove fond\u00f2 la prima cattedra italiana della disciplina. Per generazioni di studenti fu maestro e compagno di cammino, uno che portava i ragazzi per strada &quot;a educare lo sguardo alla luce&quot;, a eliminare il superfluo fino a far emergere la forma pura delle cose.\u00a0Ma la sua storia non \u00e8 solo quella di un artista, \u00e8 quella di un uomo che ha creduto nella fotografia come strumento di giustizia. Negli anni Settanta, con la moglie Angela, militante e compagna di vita, pubblica riviste come &#039;Il cuore batte a sinistra&#039; e &#039;Fabbrica e citt\u00e0&#039;, denunciando lo sfruttamento, lo scempio edilizio, la miseria delle periferie. Jodice fotografava &quot;per cambiare il mondo&quot;. Le sue immagini &#8211; i vicoli, gli operai, i bambini del colera &#8211; sono colpi di luce e di piet\u00e0, mai di retorica. Poi arriv\u00f2 la delusione: &quot;Dopo dieci anni di impegno capii che nulla stava cambiando. Mi distrusse. Per un anno non fotografai pi\u00f9&quot;.\u00a0Da quella crisi nacque la seconda vita di Jodice. Quando torn\u00f2 a scattare, il suo sguardo si era spostato dentro di s\u00e9. &#039;Vedute di Napoli&#039; (1980) segna la svolta: la citt\u00e0 appare deserta, senza uomini, sospesa in una dimensione metafisica. \u00c8 la Napoli dell&#039;attesa, &quot;deserta, triste, angosciante, ma anche misteriosa e bellissima&quot;. Da allora, le sue fotografie diventeranno luoghi del silenzio, spazi dove il tempo si ferma per lasciare parlare la memoria.\u00a0La parola &#039;Attesa&#039; ritorna spesso nel suo lessico. Non \u00e8 rassegnazione, ma tensione: &quot;tendere a&quot;, come suggerisce l&#039;etimologia latina. In quell&#039;attendere, Jodice trovava la speranza che il mondo potesse ancora cambiare, anche solo attraverso la contemplazione. Le statue greche del ciclo &quot;Anamnesi&quot;, i templi di Mediterraneo, le nature morte di Eden: tutto in Jodice \u00e8 movimento interiore, passaggio tra passato e presente, sogno e realt\u00e0. Ogni fotografia \u00e8 un ponte invisibile tra l\u2019uomo e ci\u00f2 che resta.\u00a0Nonostante la fama internazionale &#8211; le mostre al Philadelphia Museum of Art, al Louvre, alla Maison Europ\u00e9enne de la Photographie, al Museo di Capodimonte, al Mart, al Masp di San Paolo del Brasile &#8211; Jodice \u00e8 rimasto sempre napoletano, nel senso pi\u00f9 alto e tragico del termine: legato alla sua terra come a una madre dolente. Napoli per lui non \u00e8 mai stata sfondo, ma interlocutrice, corpo vivo da interrogare e da amare. &quot;\u00c8 una citt\u00e0 che non finisce mai di morire e di rinascere&quot;, diceva.\u00a0Nel 2003 ricevette il Premio Antonio Feltrinelli dell&#039;Accademia dei Lincei, primo fotografo a ottenerlo; nel 2006 fu insignito della laurea honoris causa in Architettura dall&#039;Universit\u00e0 Federico II di Napoli. Ma la consacrazione definitiva arriv\u00f2 con le grandi retrospettive: nel 2007 espone alla Fondazione Forma di Milano l&#039;importante retrospettiva &quot;Perdersi a guardare &#8211; Trenta anni di fotografia in Italia&quot; che verr\u00e0 poi esposta l&#039;anno successivo ad Arles e di cui l&#039;Editore Contrasto pubblica il libro omonimo in italiano, inglese e francese. Il Museo d&#039;arte contemporanea di Napoli (Madre) nel 2016 dedica la grande retrospettiva sul lavoro del fotografo dal titolo &quot;Attesa 1960-2016&quot;. E infine &quot;Senza Tempo&quot; alle Gallerie d&#039;Italia di Torino, curata da Roberto Koch con un documentario di Mario Martone. In quelle ottanta fotografie &#8211; esposte dal 29 giugno 2023 al 7 gennaio 2024 &#8211; scorreva mezzo secolo di sguardi, sperimentazioni, solitudini. Era un testamento visivo, e anche una confessione.\u00a0Jodice parlava poco, ma sapeva ascoltare e, soprattutto, guardare. &quot;Le mie fotografie sono i miei pensieri&quot;, ripeteva. In effetti, la sua opera sembra un lungo dialogo con se stesso e con la luce. Il bianco e nero di Jodice non \u00e8 mai contrasto netto: \u00e8 vibrazione, respiro, coscienza. Ogni scatto \u00e8 una soglia, come se la macchina fotografica fosse un luogo di meditazione.\u00a0La sua Napoli, come il suo Mediterraneo, vive in un tempo che non \u00e8 pi\u00f9 storico, ma interiore. Le rovine classiche, i volti di pietra, i porti sospesi in una calma innaturale raccontano una civilt\u00e0 scomparsa e insieme ancora presente, un Sud che \u00e8 luogo dell\u2019anima. \u00c8 questo, forse, il segreto della sua grandezza: avere restituito all\u2019Italia un\u2019immagine di s\u00e9 lontana dai clich\u00e9, tragica e luminosa, ferita e immortale.\u00a0Nel suo ultimo libro, &quot;Saldamente sulle nuvole&quot; (Contrasto, 2023), scritto con Isabella Pedicini, Jodice ripercorre la sua vita con la tenerezza di chi si sente parte di un sogno pi\u00f9 grande. Parla di Angela, della sua compagna di sempre, e del figlio Francesco, anch\u2019egli fotografo. Parla della povert\u00e0 e della libert\u00e0, delle illusioni e delle attese. &quot;Forse &#8211; scrive &#8211; le fotografie pi\u00f9 belle sono quelle che ancora devo fare, chiuse in una busta Ferrania&quot;. Oggi quella busta resta sigillata, ma la sua eredit\u00e0 continua a svilupparsi nella memoria collettiva. (di Paolo Martini)\u00a0<br \/>\n&#8212;cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(Adnkronos) &#8211; &quot;Non so se la bellezza salver\u00e0 il mondo, ma per me \u00e8 balsamo e quiete&quot;. 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